Cenni
storici
(Testo tratto dal libro "Mille Mobili Emiliani"
di Graziano Mammi edito da Editori Artioli
Modena. Le foto sono di Mauro Stradi)
La città che a partire dal '500 rivela
caratteri più definiti è certamente
Bologna.
Il mobile costruito tra il sedicesimo e il
diciassettesimo secolo aveva perso quel timbro
aulico che l'influenza toscana e una rinverdita
componente "cortese" avevano impresso
agli arredi costruiti per la corte dei Bentivoglio
e per le famiglie patrizie.
Tuttavia, in alcuni arredi di rappresentanza, come gli
splendidi cassoni delle collezioni comunali
di Bologna del Museo Davia Bargellini, caratterizzati
dall'uso della pastiglia dorata e sontuosamente
intagliati con motivi desunti dal repertorio
rinascimentale, l'aspetto fastoso e raffinato
è ancora evidente. Contemporaneamente
a questi esemplari, si costruirono tavoli,
credenze e arcili, che, diversamente dai cassoni
nuziali, presentano un aspetto sobrio e austero
che suggerisce un accostamento quella radice
domestica e "popolare" individuata
nella pittura da Francesco Arcangeli nella
mostra del 1970, Natura e Espressione nell'Arte
bolognese-emiliana.
Questi mobili furono costruiti preferibilmente
con una sola qualità di legno, raramente
ebbero impiallacciature di radiche di essenze
pregiate; la struttura corposa, ma non priva
di una sua proporzione, fu sottolineata dallo
spessore dei piani e dalla robustezza dei
sostegni.
I tavoli ebbero caratteristiche facilmente
riconoscibili.
Il piano è in massello di noce, molto
allungato verso l'esterno, così che
sovente si trovano esemplari con mensole
per sorreggerlo.
Le gambe unite tra loro da traverse rigide
presentano, nella maggior parte dei casi,
una tornitura che può essere a fuso,
a colonna, a balaustra e a trottola.
Tali arredi ebbero grandi varietà
di dimensioni, dalle proporzioni imponenti
dei tavoli da centro a quelle più
ridotte dei deschi e dei tavolini da muro
che, senza perdere le prerogative della
struttura corposa e solida, vennero eseguiti
con misure così contenute da stupire
per la loro precoce funzionalità.
Benché questi tavoli siano detti
"bolognesi", sono rintracciabili
con uguali caratteristiche in gran parte
della regione, anche in quelle zone dove
per la particolare posizione geografica
o per una più incisiva penetrazione
della cultura fiorentina, furono costruiti
tavoli con supporti a volute affrontate
di evidente ispirazione toscana.
La
componente borghese, che a Bologna si era
affermata dopo la cacciata della corte dei
Bentivoglio, si riflette in un arredo che
suggerisce l'idea di un'oculata amministrazione
familiare, aliena da ostentazioni di lusso:
la credenza. Costruita in massello in noce,
la credenza tipo fu decorata con formelle
sovrapposte e con vistose borchie in ottone.
I pannelli ebbero dimensioni e forme diverse,
tali da permettere al Manni, che ha raccolto
con diligenza una vasta documentazione illustrativa,
di individuare e differenziare i vari centri
di produzione gravitanti intorno a Bologna,
da Modena a Reggio, da Ravenna a Forlì.
Tuttavia, nonostante la varietà di questi elementi,
la credenza emiliana, che appare meno regolata
da moduli architettonici di quella toscana,
mantenne delle costanti facilmente individuabili:
la compattezza di struttura, e la volumetricità
solida e scevra da qualsiasi ricercatezza
formale e plastica. Essa è da ritenersi
come l'elemento,più qualificante,
simbolo domestico dell'arredamento, sia
delle case nobili che di quelle borghesi.
Questi
arredi furono costruiti senza radicali trasformazioni
per più di un secolo. Il carattere
conservatore della società bolognese,
che in assenza della corte non mostrò
esigenze particolarmente fastose, ma al
contrario, atteggiamenti moderati nei confronti
del gusto barocco quando non si trattasse
di mobili di rappresentanza, determinò
il persistere delle strutture e delle tipologie
consuete.
Ciò rende difficile la loro datazione
e fa raccomandare una particolare cautela
e un attento esame di tutti gli elementi
strutturali e decorativi, ogni qualvolta
si voglie pervenire a una precisazione cronologica.
Verso la fine del 600, il mobile da parata acquistò
maggiore articolazione, pomposamente sottolineata
dai fregi scolpiti e dalla doratura sfarzosa.
A Bologna il carattere fastoso di questo
tipo di arredi, mantenutasi anche nei primi
decenni del 700, rivela un contatto costante
con gli ornatisti della Roma barocca.
Fra questi figuravano anche artisti emiliani,
come Giovanni Giardini, argentiere dei Palazzi
Apostolici e originario di Forlì,
le cui invenzioni e disegni ornamentali
trovano riscontro in alcuni arredi bolognesi.

A differenza del mobile da parata, quello
d'uso, pur destinato alle case patrizie,
non perse carattere di sobrietà strutturale,
anche se si accentuò l'interesse
per la decorazione ad intaglio, caratterizzata
da una grande varietà di forme e
di temi. Trofei di vasi intrecciati a fogliame,
teste di cherubini, mascheroni, festoni
di frutta e fiori, stemmi nobiliari, rivelano
ancora il persistere di elementi formali
ereditati dal Manierismo, anche se resi
in modo più fantasioso e movimentato.
|